Il diavolo della Tasmania è un mammifero marsupiale. Gli aborigeni della Tasmania indicavano questo animale con vari nomi; il nome comune del diavolo della Tasmania, tuttavia, anziché derivare dai nomi aborigeni deriva dai versi che questo animale è solito emettere durante le ore notturne, che dovettero ricordare ai primi esploratori e ai coloni le urla demoniache. Inoltre, questo animale è di colore nero, appare estremamente irascibile e rissoso e si nutre di carogne, tutte caratteristiche solitamente associate con facilità a entità malefiche. A supporto di ciò vi è il fatto che localmente questo marsupiale è noto anche come Beelzebùb's pup, "cucciolo di Belzebù".
 

Cucciolo di Belzebù. Si diceva: "Tale padre, tale figlio". Quaresima 2015: come allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo, così oggi, anche noi, siamo tentati dal diavolo o da chi per lui! Non sono certo del fatto che abbiamo direttamente a che fare con il padre degli inferi, ma sono sicuro che se ogni famiglia è stata affidata ad un angelo custode, è altrettanto vero che ogni famiglia ospita, suo malgrado, un Beelzebub's pup!; se è vero che la moda contemporanea impone ad ogni famiglia la presenza di un cucciolo di cane, di gatto o di coniglio e la doverosa cura degli stessi, con attenzioni e spese al limite del ridicolo e della moralità, è altrettanto vero che la presenza di un Beelzebub's pup non è meno dispendiosa, anzi certamente più laboriosa e subdola. La convivenza in casa con il così detto "diavolo della Tasmania", è un dato di fatto, gli abbiamo creato il suo spazio, lo alimentiamo non più con gli scarti della tavola, ma con cibi prelibati che il mercato non manca di produrre e proporre, lo portiamo con noi tenendolo al guinzaglio, gli facciamo le coccole e quando fa la cacca....

Ci chiediamo: è così diffusa la moda del "cucciolo di Belzebù" in famiglia?
Se non ce l'hai sei una famiglia socialmente isolata, attenzione! Se non ne possiedi un esemplare sei una famiglia antiquata, fuori tempo, bigotta e frustrata!
Ricordo qualche passo dell'omelia di Papa Francesco nella S. Messa per la giornata della famiglia del 27 ottobre 2013, il quale prende in considerazione la famiglia sul tema della preghiera, della fede e della gioia, ponendo alcune domande alle famiglie.
  1. La famiglia che prega... Alla luce di questa Parola, vorrei chiedere a voi, care famiglie: pregate qualche volta in famiglia? Qualcuno sì, lo so. Ma tanti mi dicono: ma come si fa?
  2. La famiglia custodisce la fede. Anche qui, possiamo chiedere: in che modo noi, in famiglia, custodiamo la nostra fede? La teniamo per noi, nella nostra famiglia, come un bene privato, come un conto in banca, o sappiamo condividerla con la testimonianza, con l'accoglienza, con l'apertura agli altri?... Le famiglie cristiane sono famiglie missionarie.
  3. La famiglia che vive la gioia.... Come va la gioia, a casa tua? Come va la gioia nella tua famiglia?...La gioia vera viene da un'armonia profonda tra le persone...alla base di questo sentimento di gioia profonda c'è la presenza di Dio, la presenza di Dio nella famiglia, c'è il suo amore accogliente, misericordioso, rispettoso verso tutti.
Così diceva Papa Francesco, con molta chiarezza, con buona pace di chi lo acclama come simpatico, moderno, innovativo, ma poi nemmeno si sogna di ascoltarlo e di mettere in pratica quello che dice.
E' chiaro, la famiglia che non prega, che non custodisce la fede e che non vive la gioia non lo può fare, non ha tempo, non ha le possibilità! La famiglia che non partecipa alla celebrazione festiva della domenica, se non molto occasionalmente, non ritiene opportuno assoggettarsi ad un ritmo celebrativo settimanale; i genitori, la famiglia, con sopportazione o con ammiccante compiacimento, (non vale per tutti, ma vale non per pochi) come se si fosse alla recita della scuola, garantisce la presenza ad un passaggio celebrativo, come la consegna del Padre Nostro o alla Prima Confessione! A Marcheno, in due circostanze, inizio anno catechistico e festa di Santa Dorotea, la partecipazione alla messa festiva da parte della massa dei bambini e dei ragazzi con le famiglie è stata ampia perchè è stata una "messa ad invito". Forse si ritiene che in altre circostanze o in altre domeniche, quando non c'è un invito esplicito, si possa fare a meno di partecipare alla messa? Non santificare le feste, non assolvere al precetto festivo è ancora peccato grave!
Si deve pertanto constatare che la maggior parte delle famiglie di Marcheno e di Cesovo non abbiano del tutto ancora compreso il senso dell'ICFR, ed ancora prima la scelta del Battesimo per se stessi e per i figli; un percorso di fede completo, che non può "zoppicare" sulla gamba sana della partecipazione agli incontri di catechesi dei genitori, e sulla gamba malata della costante assenza, per troppi, alla messa della comunità; un percorso che mantenga unita e viva la vita delle famiglie a fronte di una fede vissuta nel quotidiano, nella formazione catechistica e nella regolare partecipazione alla vita liturgica della chiesa, che pone al centro l'ascolto settimanale della Parola e della celebrazione dell'Eucaristia.
Certamente, chi presiede alla comunità di fede dovrà farsi tante domande su come parla, su come spiega il contenuto delle scelte che le famiglie sono invitate a fare, liberamente, per sé stessi, per la vita e la fede dei loro figli, su come si rende comprensibile, ma anche su come viene ascoltato ed interpretato; certamente, il celebrante potrà interrogarsi sull'arte del celebrare, su quanto possa essere più o meno accattivante, ma soprattutto vera la sua mediazione alla Parola ed il suo servizio all'Eucaristia; ma rimane un dato, la famiglia che non prega, che non custodisce la fede e che non vive la gioia non lo può fare, non ha tempo, non ha le possibilità! Deve accudire il "cucciolo di Belzebù". Attenzione a richiamare qualcuno ai propri doveri! Nessuno si permetta mai più di consigliare, di correggere, di far notare le mancanze di coerenze educative che i genitori, loro malgrado, giustificano nella più variopinta elaborazione di argomenti, primo fra tutti: ognuno ha il diritto di fare quello che ha voglia, senza dovere rendere conto a nessuno, ne a se stessi ne tanto meno ai figli; figuriamoci al Padre Eterno, che caso mai "tireremo in ballo" quando e se ci servirà.
E' necessario fare "Pasqua", fare un passaggio, recuperare la preghiera, la messa della domenica, la fede, la gioia. E' possibile? Si, facendo le cose in modo ordinato, coerente, con amore, a partire da sé stessi e dalla scelta del battesimo per i propri figli. Il prossimo pellegrinaggio diocesano della famiglia, ospitato dalla comunità di Marcheno il primo maggio, vorrà essere una prova di coraggio, di libertà pasquale e di partecipazione per chi è "stufo" di essere lo schiavo del "cucciolo di Belzebù". Buona Pasqua!