Che cosa mai potremo dire di questo tempo che stiamo vivendo? E' un tempo buono, favorevole; oppure, diciamo, difficile, complesso. E' forse mai esistito un tempo semplice?

A noi tocca di vivere questo: un tempo non meno maledetto e non più benedetto di altri tempi. E', il nostro, un tempo che attende continuamente la Benedizione di Dio e la nostra, affinché il dire e fare bene di Dio e il nostro possano interagire e, di epoca in epoca, creare spazi e luoghi di umanità come riflessi di una speranza ulteriore, fino al compimento.

Mi occuperò brevemente insieme a voi, per questo piccolo spazio, del nostro tempo, condividendo alcune osservazioni che possano ristabilire un criterio e una modalità dignitosi e con una ampia percentuale di buona riuscita.

            Confessiamo il nostro disagio per un tempo prossimo e futuro determinato da uomini che ripetutamente vivono con molti pregiudizi nei confronti dei loro simili. Dichiariamo il nostro imbarazzo nei confronti di una modalità di confronto che interpreti nella parola pregiudizio, come atteggiamento ingiusto, le osservazioni contingenti e opportune di chi ha rispetto per la persona e desidera il suo bene e per questo non accetta frettolose e facili soluzioni alle sfide di questa epoca, dichiarata già da tempo post-moderna.

Ci fanno paura gli estremismi di chi combatte battaglie ideologiche, o per così dire, per partito preso, sia sul fronte politico che sul fronte religioso, sia da parte dei rozzi, dei pressapochisti, degli ignoranti, sia da parte degli intellettualoidi che nascondono, ma non abbastanza, e dunque rivelano una supponenza non meno discutibile dei primi.  

Diffido di un tempo prossimo e futuro lasciato nelle mani e dunque manipolato da idee e prassi che non hanno nessun “metafisico” riferimento o elemento di confronto; che si affidano e si legittimano nella sola ed esclusiva capacità umana di determinarsi.

In questo nostro tempo vedo e sento troppi uomini supponenti.

Tra i virtuosi vedo coloro che si dedicano alla emancipazione del nostro tempo e stimo la loro virtù principale: la prudenza.

            Mi occuperò brevemente insieme a voi, per questo piccolo spazio, del nostro tempo, condividendo alcune osservazioni sulla prudenza. Di essa molti e molto hanno scritto.

La parola prudenza ha acquisito nella nostra cultura certe sfumature e significati che deturpano e sfigurano la vera natura della virtù.
Come Joseph Pieper ha notato nel suo libro sulle virtù cardinali, nell’uso colloquiale la parola prudenza porta sempre con sé un senso di timore, di una preoccupazione meschina della propria incolumità o ricerca egoista del proprio bene. Così un uomo “prudente” sarebbe uno capace di evitare la situazione imbarazzante di essere coraggioso.


Giancarlo Galeazzi nel suo articolo “Un Ritorno alla Virtù” dice che la parola prudenza “è diventata sinonimo di doppiezza o di dissimulazione, ovvero di viltà o di paura.

Se anche non giunge a tanto, l'accezione comune del termine rinvia a un atteggiamento di tipo pragmatico più che morale, per cui, quando va bene, è sinonimo di “fare attenzione.”
Galeazzi continua, “mi sembra che il concetto di prudenza, quando non è usato in senso del tutto negativo, ha pure sempre una valenza poco positiva ovvero di una positività meramente pratica.” In questo senso prudenza sarebbe piuttosto furbizia egoista e codarda.
            Che brutta caduta. La prudenza, da “auriga virtutum” , cocchiere delle virtù, come dice il Catechismo della Chiesa Cattolica (1806) citando la filosofia classica, che ha come compito quello di dirigere “le altre virtù indicando loro regola e misura”, finisce come tecnica dei furbi, egoisti e imbroglioni.


Dal Catechismo della Chiesa Cattolica

1806 La prudenza è la virtù che dispone la ragione pratica a discernere in ogni circostanza il nostro vero bene e a scegliere i mezzi adeguati per compierlo. L'uomo « accorto controlla i suoi passi » (Prv 14,15). « Siate moderati e sobri per dedicarvi alla preghiera » (1 Pt 4,7). La prudenza è la « retta norma dell'azione », scrive san Tommaso sulla scia di Aristotele. Essa non si confonde con la timidezza o la paura, né con la doppiezza o la dissimulazione. È detta « auriga virtutum – cocchiere delle virtù »: essa dirige le altre virtù indicando loro regola e misura. È la prudenza che guida immediatamente il giudizio di coscienza. L'uomo prudente decide e ordina la propria condotta seguendo questo giudizio. Grazie alla virtù della prudenza applichiamo i principi morali ai casi particolari senza sbagliare e superiamo i dubbi sul bene da compiere e sul male da evitare.

La vera prudenza, però, come dice S. Tommaso, citando Aristotele, è “recta ratio agibilium”, che viene tradotto dal Catechismo con “retta norma dell'azione”. La definizione data da Antonio Royo Marin nel suo “Teologia della Perfezione Cristiana” penso sia ottima: “una virtù speciale, infusa da Dio nell'intelletto pratico, per il retto governo delle nostre azioni particolari in ordine al fine soprannaturale.” E se è il retto governo delle nostre azioni, la prudenza si trova in ogni atto di virtù e se è un atto di virtù, anche se è di temperanza, fortezza o pure un atto di carità, c'è la prudenza a ordinare l'atto.

            Non si tratta di essere retrò o di coltivare il gusto vintage, ma la scomparsa di alcune parole è di riferimento per la scomparsa di alcuni atteggiamenti e quindi di alcuni contenuti essenziali al governo della vita e delle sue implicazioni. Non è moderno essere “virtuosi”; lo è invece, in ogni caso, essere “emancipati”, ad esempio.

Alla radice la questione non cambia; gli uomini possono essere virtuosi o viziosi interpretando il vizio della mancanza di prudenza nella letteratura cristiana come ignoranza, imprudenza, negligenza, astuzia, inganno e persino l'eccessiva sollecitudine “come preoccupazione esagerata delle cose temporali di questo mondo, (e persino quelle spirituali) presenti o future, dando troppa importanza a loro, e mancando di fiducia nella divina Provvidenza”. (S. Tommaso)

            Mi pare che per essere moderni o post moderni e persino davvero emancipati è necessario essere ancora virtuosi e dunque prudenti. La virtù della prudenza viene dallo Spirito santo: "Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti" (cioè ai prudenti secondo il mondo) "e le hai rivelate ai piccoli" (Mt 11, 25). È lo Spirito che ci rivela la prudenza cristiana. Mi piace ricordare in proposito una bellissima preghiera del Cardinale J .H. Newman per ottenere il dono della prudenza o della sapienza: "Guidami, dolce Luce; attraverso le tenebre che mi avvolgono guidami Tu, sempre più avanti! Nera è la notte, lontana è la casa: guidami Tu, sempre più avanti! Reggi i miei passi: cose lontane non voglio vedere; mi basta un passo per volta. Così non sempre sono stato né sempre ti pregai affinché Tu mi conducessi sempre più avanti. Amavo scegliere la mia strada, ma ora guidami Tu, sempre più avanti! Guidami, dolce Luce, guidami Tu, sempre più avanti!".

            Auspico per il nostro tempo e per il futuro copiosi frutti che fioriscono dalla prudenza cristiana. Chi la vive, chi è sapiente nel senso evangelico, è sempre in pace con se stesso, riconciliato con la realtà; non facendosi illusioni, non resta mai deluso, perché sa valutare ogni cosa con realismo e con concretezza, sa prevedere e pensare prima di agire. La prudenza genera dunque saggezza di vita, armonia, tranquillità d'animo e serenità, ordine, chiarezza, pace interiore e ci rende capaci di guardare a ciò che è essenziale.



Don Maurizio