Caritas Parrocchiale

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NON è un nuovo gruppo, ma è un organismo pastorale per sensibilizzare e coinvolgere l’intera comunità parrocchiale, affinché realizzi la testimonianza della carità.NON è un’associazione di volontariato, ma è uno strumento educativo che svolge compiti di:

  • antenna per cogliere le povertà/i bisogni vecchi e nuovi
  • motorino di avviamento per suscitare e stimolare forme di impegno
  • punto di coagulo e di coordinamento dei vari gruppi e delle varie forme di carità.

E’ espressione originale della Parrocchia e opera in collegamento con la Caritas diocesana.

Il Gruppo della Caritas parrocchiale si ritrova ogni mercoledì sera, alle 20.30, presso la sede in P.zza don E. Moscardi

Referenti: Ferraglio Virgilio tel. 030 8610342 Don Maurizio tel. 030 8960468

Ulteriori informazioni sulla Caritas parrocchiale le potete trovare qui

Carissimi, vi raggiungiamo con alcuni aggiornamenti.

Come ogni anno Marcheno ha collaborato attivamente alla raccolta di San Martino (Sabato 11 novembre 2017). Grazie al gruppo Caritas, e all’importantissimo aiuto di alcuni gruppi di adolescenti, sono stati distribuiti i sacchi e in seguito raccolti gli indumenti. Il materiale è destinato al sostegno del progetto diocesano a favore dell'orfanotrofio “Rainbow Children Home” a Pokhara – Nepal (obiettivi: realizzare un progetto pilota indirizzato alla produzione di vegetali e cereali biologici e potenziare l’azienda agricola al fine di soddisfare il fabbisogno alimentare dei bambini).

Il 19 novembre è stata condivisa la preghiera e il ricordo della prima giornata mondiale dei poveri, “Non amiamo a parole ma con i fatti”, voluta da papa Francesco per ricordare la dignità di queste persone.

Ci ricorda il papa nel suo messaggio:

“Siamo chiamati a tendere la mano ai poveri, a incontrarli, guardarli negli occhi, abbracciarli, per far sentire loro il calore dell'amore che spezza il cerchio della solitudine. La loro mano tesa verso di noi è anche un invito ad uscire dalle nostre certezze e comodità, e a riconoscere il valore che la povertà in sé stessa costituisce.”

Da non dimenticare, inoltre, in apertura dell'Avvento la tradizionale Giornata del Pane (domenica 3 dicembre) dal titolo "Le storie sanno di pane. Nostro.", occasione, come auspicato da Papa Francesco, per vivere un gesto concreto di condivisione, partecipazione, responsabilità comune e nel contempo per ricordare che "il Padre nostro è la preghiera dei poveri: il pane che si chiede è nostro. In questa preghiera tutti riconosciamo l’esigenza di superare ogni forma di egoismo per accedere alla gioia dell’accoglienza reciproca".

Vi ricordiamo anche che, come ormai tradizione, in tutto il periodo dell'Avvento durante le messe, verranno raccolti generi alimentari a lunga conservazione, che serviranno per aiutare il gruppo Caritas a garantire i “pacchi viveri” alle famiglie bisognose della nostra comunità.

Per fortuna la Carità non si ferma mai: è il motore che ci fa crescere nelle relazioni, mantenendoci aperti all'ascolto e all'accoglienza degli altri. Solo così potremo continuare ad essere comunità che trasforma, le piccole o grandi azioni di tutti i giorni, in “straordinario nell’ordinario”. Buon avvento e buon Natale.

Commissione e gruppo Caritas

P.S.: Ringraziando coloro che donano gli abiti alla Caritas, ci permettiamo di precisare che tali abiti devono essere in buone condizioni. La dignità delle persone è importante e il vestito è segno distintivo di tale dignità. Non fa onore ad una comunità vestire chi è nel bisogno con indumenti trascurati o sciupati. Grazie

Qualche giorno dopo le giornate Caritas ci siamo trovati per fare un po' il bilancio di questo appuntamento e confrontandoci assieme alla commissione abbiamo ritenuto giusto e opportuno di condividere con la comunità tramite l'articolo oltre a ciò che abbiamo proposto nelle varie serata, anche l'intervento di Suor Maria Elisa Perinasso durante l'adorazione eucaristica di giovedì.

Pertanto vi proponiamo alla lettura e meditazione della sua testimonianza.

Innanzitutto una precisazione: Non è ambiguo il voto di povertà. La vocazione che Dio dona è sempre trasparente, bella, vera. Il voto di povertà è parte limpida e preziosa di una vocazione.
L’ambiguità non è nel voto, né in Dio che chiama. Ambigua posso essere solo io.
Il voto di povertà ricorda che Dio è tutto, è il donatore di tutto. Ma se io che sono chiamata per vocazione a viverlo, invece che mostrare con la mia vita che Lui è tutto, cerco compensazioni attraverso gratificazioni, riconoscimenti, o semplicemente, cerco il frutto di ciò che dono, ambigua sono io, e impedisco al voto di essere grazia.

Il voto di povertà mi chiede di svuotare, di fare spazio, ma perché Dio possa riempire.
E di cosa riempie Dio? Dio è carità, riempie di carità.

Ecco se io faccio il vuoto, Dio riempie e trabocca. Così attraverso di me la carità arriva agli altri.

Ma se io faccio il vuoto e voglio tenere per me Dio, tutto va perduto. Perché la carità, per continuare ad esserci, chiede di essere ridonata, o va perduta.

Il voto di povertà non è ambiguo perché mi chiede di testimoniare, nella vocazione che ho ricevuto, che il Volto di Dio è carità.
Dio si è fatto povero per renderci ricchi della Salvezza che solo Lui può dare, perché noi potessimo amare come solo Lui ama. Ecco il succo è tutto qui. Cercherò di dirvi anche qualcos’altro, ma il succo è qui.

Mi è rimasta impressa questa indicazione che mi è stata data parecchi anni fa, durante un corso di esercizi: “chiedere al Padre nostro il pane quotidiano “per me”, è una richiesta mondana, quindi esposta ad ambiguità.
Chiedere al Padre nostro... il “nostro” pane quotidiano, il pane “per noi”, è sempre una richiesta spirituale.
Perché implica l’apertura alla necessità dell’altro, del fratello, almeno di un fratello. E dove c’è apertura all’altro, all’Altro che è Dio e all’altro che è il fratello, c’è sempre lo Spirito. Perché lo Spirito apre alla Carità, e la carità chiede apertura a Dio e al fratello”.
Mi è rimasta impressa perché è molto vicina alla Parola di Dio che abbiamo ascoltato.

Scrivendo ai cristiani di Corinto, san Paolo offre questo inno alla carità, spiegando che nella comunione dei santi - in Dio - resterà solo carità. Per la salvezza che Gesù ci ha donato, avremo la vita per sempre, e resterà per sempre la carità. Tutto il resto andrà perduto. Perfino donare tutti i beni, senza carità non vale.

Nel cammino di discernimento per prepararmi alla professione religiosa (che per noi suore Dorotee chiede i voti di castità, obbedienza, povertà e il voto specifico di promuovere l’Opera di S. Dorotea secondo il consiglio evangelico della correzione fraterna), spesso cercavo di far luce sulle motivazioni, sul perché chiedere di poter emettere questi voti.

Una persona che mi conosceva bene mi ha detto: “non chiederti perché farlo”, ma chiediti “per chi farlo”.
Dietro al perché, possono esserci anche tante ambiguità: lo fai perché sei generosa, ma la tua generosità può anche nascondere altri tipi di gratificazione. Chiediti “per chi”.
Se alla domanda “per chi?”, la risposta è “per Dio e per i fratelli che il Signore mi donerà di incontrare”, allora qualche possibilità in più di autenticità c’è.
Succede per il voto di povertà, quello che succede per gli altri voti. Perché Dio ci chiama all’unità, non alla frammentazione, e quello che vale per un voto, è vero anche per gli altri voti e il voto di povertà è autentico, non ambiguo, se lo vivo anche negli altri voti.

Così, nel donarmi una vocazione alla castità consacrata - che richiede una forma di povertà: la rinuncia al matrimonio e a una famiglia - nel darmi questa vocazione, Dio non ha tolto al mio cuore la capacità di innamorarmi di un uomo, e non ha tolto al mio corpo la capacità di generare dei figli.
Dio si è comportato da Dio: non vuole privare, castrare, ma dare in sovrabbondanza. Non mi ha chiesto di essere povera nella castità per rendermi sterile, ma per aprirmi a un dono grande.
Se gli sposi sono un segno con la loro vocazione dell’amore sponsale di Cristo per la Chiesa, anche la religiosa, in modo complementare, è chiamata a mostrare che Dio c’è davvero, che Dio è capace di far innamorare completamente, che Dio rende capaci di amore verginale verso i fratelli, in modo complementare al matrimonio (più di una volta papa Francesco ha richiamato le suore, dicendoci che se la verginità ci rende zitelle rinsecchite e arrabbiate, c’è qualcosa che non va...).

Ogni vocazione è povera. Perché annuncia e testimonia in modo grande l’amore di Dio, ma lo annuncia solo in parte. Per questo dicevo che ad esempio l’amore sponsale di Cristo per la Chiesa è testimoniato in modo complementare dal matrimonio e dalla verginità consacrata. Perché se di una cosa è certo il cuore povero, è che da solo non ce la fa. Insieme, si.
Insieme possiamo dire “Padre nostro”, insieme, una vocazione insieme alle altre, possiamo rivelare il volto del “Padre nostro”.

Se nel voto di povertà rinunciamo a possedere qualunque cosa, se accettiamo che tutto ci sia dato in uso per il servizio che siamo chiamate a compiere e solo per il tempo necessario per quel servizio, se mettiamo tutto in comune per far fronte alle necessità delle opere che abbiamo a servizio della Chiesa e per aiutare i poveri, se c’è questo, è per testimoniare che mettendo Dio e il suo Regno al primo posto... poi tutto il resto viene dato in aggiunta (il vangelo parla del centuplo, insieme a persecuzioni).

Anche nel voto di obbedienza c’è una forma di povertà: l’accettazione di un servizio che non viene scelto, ma vissuto insieme ad altre sorelle, per il bene comune. E questo non esime dalla responsabilità di lavorare, dalla responsabilità di fare bene il proprio lavoro.
E i religiosi hanno sempre lavorato e dato lavoro ad altri. Perché è carità dare da mangiare agli affamati e dare da bere agli assetati, ma è carità anche dare lavoro: il lavoro è dignità. “Ora et labora”, è il motto dei monaci benedettini.
Anche se la comunità dove sono non è scelta ma data in obbedienza, anche se il servizio che svolgo non è scelto ma dato in obbedienza, sono chiamata a farlo per Dio e per i fratelli.

Mi hanno colpito tanto le tre parole che papa Francesco suggerisce agli sposi per far crescere quotidianamente la loro famiglia: grazie, scusa, posso.
Mi hanno colpito perché queste (non solo queste, ma anche queste) sono parole necessarie al voto di povertà, perché la povertà non sia ambigua.

E’ ambiguo il possesso, perché considerare qualcosa “mio” porta in se una tentazione grandissima: dimostro che è mio, che posso fare quello che voglio, anche distruggendolo.
E, alle estreme conseguenze, oggi questo è diventato anche “mi uccido” o “ti uccido” per dimostrare il possesso.
Grazie: è importante questa parola, perché indica che non si possiede ma si accoglie, non si possiede ma si è custodi di un dono che è stato affidato.
Allora quando ci sono le prove, quando arriva il dolore, quando ci sono situazioni in cui qualunque “perché” non ha risposta, rimane aperta la strada del “per chi”.
“Per chi” vivo questa malattia, questo dolore?
Ecco il voto di povertà mi ricorda che la vita è un dono sempre. Che posso sempre viverla per Dio e per i fratelli, anche nel “non senso” più totale.
Nella parabola dei talenti, il servo che nasconde il talento viene rimproverato perché vuole distruggere il dono e distruggendo il dono distrugge il Donatore.

Ricordate? Il servo dice “ho nascosto il talento perché sei un duro, che vuoi raccogliere dove non hai seminato”.
E’ una falsa immagine di Dio: quel servo che nasconde dice di Dio quello che lui è: è quel servo che vuole raccogliere dove non ha seminato. Non ha seppellito il talento per seminare, ma per distruggere, per impedirgli di fare ciò per cui esiste. Il talento va trafficato.
Chi riconosce Dio come carità, desidera assomigliare a Dio: lui mi ha dato tanto, desidero trafficare i talenti, per Dio e per i fratelli. Negare o nascondere i talenti non ha a che fare con il voto di povertà, ma con la tentazione di un possesso distruttivo, che non è povertà secondo il cuore di Dio.
Quando Dio spoglia se stesso e diviene uomo, lo fa per amore nostro, per amarci fino alla fine. Per vincere il peccato e la morte, muore in croce per noi. E risorge. Perché l’Amore di Dio vince il male, la Vita di Dio vince la morte, per la potenza dello Spirito.

Per me è stato bello scoprire che il metodo della partita doppia l’hanno inventato i monaci. Il sistema contabile per registrare movimenti finanziari e economici, per determinare esattamente utili e perdite, l’hanno inventato i monaci. Serviva uno strumento preciso per capire il dono, non il possesso, per dire “grazie” a Dio della sua Provvidenza. Lo scopo della contabilità, quando è nata, era la lode, il rendimento di grazie, uno scopo liturgico.
Non perché Dio avesse bisogno di rendiconto (il vangelo ci dice che perfino i capelli del nostro capo sono contati nel cuore di Dio), ma perché l’uomo ha bisogno davanti a Dio, di assumere coscienza dei doni ricevuti, per ringraziare e per non sciupare.

Quanti doni di Dio vanno sciupati, semplicemente perché non li sappiamo vedere, e perché non sappiamo vedere i fratelli con cui condividerli.
La parola “scusa” è un’altra parola del povero. Chi possiede, chi vuol farla da padrone, non chiede scusa. Chi è custode, sa che deve chiedere scusa sempre, ogni volta in cui il dono ricevuto non è stato trattato come tale: con rispetto per il Donatore, e con apertura verso il fratelli con cui va condiviso.

Il voto di povertà ricorda che siamo custodi del creato: non fannulloni, ma custodi, chiamati a contribuire alla pienezza della creazione, rivelando il volto di figli di Dio.
Chi vive il voto di povertà, come tutte le vocazioni, chiede scusa. Perché se la coscienza non è abituata a chiedere scusa, non si può amare, non si può vivere la carità.

Ultima parola: “posso?”. Se l’ambiguità del possesso può arrivare ad essere distruttiva, la grazia dell’essere custodi è creativa. Per Dio e per i fratelli.
Il voto di povertà mi obbliga a chiedere, prima di usare. Non per farci diventare dipendenti o irresponsabili. Ma per avere chiaro il senso di rispetto e di custodia, per Dio e per i fratelli.
C’è un’altra parabola che mi è cara, quella che si conclude con “siamo servi inutili”.

Ricordate? il servo va, fa tutto quello che il padrone gli ha ordinato e poi non si ferma, riprende a servire, e Gesù conclude: Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. O meglio tradotto, “senza utile”. Ecco: questo è il segreto.
Non inutili nel senso che posso anche sparire, che magari il mondo sta meglio senza di me. No, Dio mai giudica così una sua creatura. Tutti siamo preziosi agli occhi di Dio.
Ma inutili nel senso che siamo chiamati a essere servi senza utile.

Perché quello che si fa non cerca il tornaconto: il “perché” non è un utile terreno, è il “per chi” della carità: per Dio e per i fratelli.”

Giornate Caritas 2017

CARITA' DI DIO E AFFANNO DELL'UOMO

Questo è stato il titolo nonché la provocazione che ha guidato le giornate Caritas svoltesi il 3-4-5 maggio di quest'anno.

La prima sera, cioè mercoledì, abbiamo avuto come ospiti la Dottoressa Sara Sartori psicologa e collaboratrice del consultorio diocesano, Giovanni Bonomi e Antonio Serra entrambi diaconi e membri della commissione Caritas di Brescia.

Ci parla per prima la dottoressa seguendo la traccia:” Aprirsi verso l'altro in un mondo di chiusure. Slanci altruistici e ricadute egocentriche nel contesto relazionale e sociale attuale. Cause e rimedi.”

Aprirsi verso l'altro vuol dire trasmettere emozioni e sentimenti ma anche ascoltare i sentimenti delle persone. Una buona relazione necessita di rispetto, fiducia, empatia, interessamento, dialogo e reciprocità.

Al mondo di chiusure ci siamo arrivati nel tempo passando da una società patriarcale ad una società democratica libera. C'è stato il passaggio da una comunicazione formale ( per esempio il “voi” ai genitori) ad una informale ( per esempio il rapporto studente-insegnante attuale).

Il vantaggio sicuramente è il confronto tra le persone che è possibile ma deve essere anche sempre auspicabile.

Gli svantaggi invece sono: il disagio esistenziale, senso d'identità sociale ma anche sessuale, aumento di conflitti con l'aumento delle separazioni nelle famiglie, crescita della solitudine e calo della solidarietà.

Il centrarsi su di noi porta ad un mondo di chiusure.

L'altruismo è la disposizione ad essere interessati agli altri anche sacrificando se stessi.

Ci sono varie teorie psicologiche al riguardo come per esempio della persona pseudo altruistica cioè quelle che fanno un gesto altruistico ma per rafforzare la propria autostima, oppure l'altruismo dovuto ad un uniformarsi dettato dalle norme sociali. Varie teorie ma nessuna risposta certa perché non c'è nulla di dimostrabile.

Prendono poi la parola i diaconi che iniziano con due brani del vangelo: Gv 13,24(la lavanda dei piedi) e Mt 25(le donne al sepolcro).

Per il cristiano è la legge dell'amore l'esempio da seguire e Gesù appunto lo insegna durante l'ultima cena. Dove possiamo metterla in pratica? In Galilea dice il Signore ossia nel nostro quotidiano.

La carità non è una esclusiva dei cristiani ma è di tutti e deve, dovrebbe, essere il centro di ogni relazione. Vivere la carità vuol dire avere una speranza e porsi delle domande che possono portare ad un cammino di Fede.

Ci sono delle difficoltà legate alla carità: bisogna vincere l'egoismo prima di tutto ( per esempio alla richiesta di aiuto rispondere di non aver tempo), non cadere nella tentazione della presunzione, vincere le proprie paure che portano a farci chiudere.

Di tutto alla fine resterà solo l'amore che è Dio e Dio è relazione.

Infatti Dio ha sempre cercato la relazione con l'uomo partendo dall'Antico Testamento poi si è concretizzato con Gesù. Dopo Gesù, Dio ha mandato lo Spirito Santo e questo ha completato la piena donazione di sé.

In Gv 15 si dice “ rimanete in me ed io in voi”. Dobbiamo credere nel suo amore: per poter donare amore bisogna che prima ci lasciamo amare da Lui.

C'è una differenza tra il Suo amore e il nostro perché l'amore di Dio è totale mentre il nostro può essere affettivo (vedere l'altro come un fratello) e/o effettivo (favorire il bene dell'altro).

Ogni uomo va esaltato come figlio di Dio e questo è compito della Chiesa ma nel piccolo è compito della Caritas.

La prima cosa per costruire una relazione è ascoltare l'altro perché così gli si può far capire che vale. Se viene valorizzata la persona questa ha dignità quindi si apre un canale di prossimità che porta alla fraternità. Non per niente l'ascoltare è il primo vero comandamento: Shemà Israel!

La carità si può definire un cammino di conversione che porta dalla buona intenzione all'azione.

Insomma se la psicologia va a tentoni, il Signore è chiaro: Ascolta, relazionati e agisci.

Il Giovedì si è svolta l'adorazione Eucaristica e abbiamo iniziato con una distinzione tra alcune tipologie di adorazione a cui l'uomo è legato: l'adorazione falsa, quella ambigua e ovviamente quella vera.

Nell'adorazione falsa abbiamo potuto vedere tramite immagine gli idoli più comuni: il corpo, il sesso, il potere, il denaro. Idoli a cui l'uomo chiede la vita ma avendo ben altra risposta. Nella relazione idolo-uomo ne fa da protagonista l'egoismo umano.

Per spiegare l'adorazione ambigua abbiamo chiesto di aiutarci a Suor Maria Elisa Perinasso per capire come anche nel voto di povertà può esserci il rischio di non vivere la carità in modo puro.

L'ambiguità non è nel voto di povertà in se ma nella persona che lo professa. Può succedere per vari motivi per esempio se il voto è imposto e non scelto, se la persona ha bisogno di suoi confini personali che gli altri non possono oltrepassare, se non si vive a pieno la carità del Vangelo.

Nella sera di venerdì c'è stata la celebrazione eucaristica presieduta da Don Maurizio il quale ha ricordato come dovremmo imparare a vivere la carità a 360 gradi e non solo negli aspetti a noi più comodi. Una carità che dovrebbe far parte di un cammino di fede che ci accompagna ogni giorno e aiutato dai numerosi momenti di riflessione che la nostra parrocchia ci propone ma che spesso viene snobbata.

La serata poi si è conclusa con la cena per i collaboratori parrocchiali.


Con la speranza che queste giornate possano portare qualche frutto, non resta che già invitarvi alle giornate del prossimo anno!

La Caritas Parrocchiale

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