Le celebrazioni della notte di Pasqua portano con sé un antico rito medievale: la benedizione del cero e la proclamazione del preconio pasquale, una composizione che annuncia il trionfo del Cristo risorto e che viene cantata dal diacono all'inizio della veglia, accanto al cero.

Il testo inizia con la parola Exultet, vocabolo da cui venne in Italia il nome dei rotoli di pergamena su cui localmente era scritto; ancora oggi l'inno stesso viene in genere chiamato anche Exultet, in alternativa con Laus cerei, Benedictio cerei o Praeconium paschale.
Il preconio pasquale, entrato nel rito romano fin dal Medioevo, ebbe una origine assai remota, come vedremo fra breve: fra i più risalenti esempi vi sono le fonti gallicane del Missale Gothicum di Autun (VII secolo) e del Missale gallicanum vetus (VII-VIII secolo); da questi passò nei sacramentari franchi Gelasiani, poi nei sacramentari Gregoriani; e infine entrò definitivamente nella liturgia romana, come molti altri canti e riti gallicani.
Al di là della tradizionale immancabile attribuzione a sant'Ambrogio, vi sono comunque molte prove, sia della liturgia della luce, sia specificamente del preconio, nei secoli precedenti ai due messali citati.

Nell'Italia centrale e, soprattutto, meridionale si mantenne una tradizione autonoma, consolidatasi con la scrittura beneventana, nella quale il testo del preconio era diverso dalla versione gallicana.

Come già accennato, in queste regioni la Benedictio cerei veniva scritta su lunghi rotoli di pergamena che il diacono piazzava sull'ambone.
Una particolarità interessantissima e spettacolare di questi rotoli sono le miniature che li decorano e che illustrano i temi celebrati nel canto: la notte, il mondo, il passaggio del Mar Rosso, la risurrezione di Cristo, e così via.
Tali figure, molto colorate e vivaci, appaiono a testa in giù rispetto al testo, perché mentre il diacono cantava, continuava a srotolare la pergamena in avanti al di là dell'ambone ed i fedeli potevano così vedere correttamente le immagini, che li aiutavano nella comprensione del testo.

Il rito paleocristiano della luce

La luce possiede da sempre una valenza simbolica centrale nella teologia cristiana (basti ricordare il vangelo di Giovanni).

Il rito dell'accensione del cero entrò nella liturgia già nel III secolo; prima non esistevano ancora le candele di cera, ma l'accensione delle luci ebbe da sempre comunque una grande importanza rituale, specie quando nei primissimi tempi l'eucarestia si teneva la sera: Il rito della luce si sviluppò sia nelle liturgie occidentali che orientali; tra le più antiche formule cristiane ci è pervenuta quella della benedizione vespertina della luce - affidata al diacono! - contenuta nella Traditio apostolica (inizio III sec.); nei riti ambrosiano e mozarabico questa liturgia divenne la eucharistia lucernalis; a Roma nel I-II secolo si celebrava - in greco - il Lucernario, per il quale si componevano inni come l'antichissimo Φῶς ἱλαρόν (trasl Phos ilaròn, Luce gioiosa), risalente addirittura al I secolo.

La Peregrinatio Aetheriae, ovvero il diario del viaggio effettuato in Terrasanta della pellegrina Egeria, (V secolo), riporta la testimonianza del rito della luce celebrato a Gerusalemme nella basilica del Santo Sepolcro. Durante questo tipo di liturgie, il compito di accendere le lampade e di illuminare la chiesa era affidato ai diaconi; ben presto questo ministero fu arricchito anche dell'incarico di comporre e proclamare/cantare la relativa orazione.