Riporto la parte iniziale dell’Exultet si tratta di un testo molto più ampio che viene proclamato o meglio cantato nella solenne Veglia Pasquale del sabato santo.

“Esulti il coro degli angeli, esulti l’assemblea celeste: un inno di gloria saluti il trionfo del Signore risorto. Gioisca la terra inondata da così grande splendore; la luce del Re eterno ha vinto le tenebre del mondo. Gioisca la madre Chiesa, splendente della gloria del suo Signore, e questo tempio tutto risuoni per le acclamazioni del popolo in festa”.

Dal punto di vista stilistico il testo sopra citato ha le caratteristiche di un preconio, di un testo poetico, di un annuncio solenne o di encomio e lode. Per questo motivo viene chiamato preconio pasquale.
Mi riferisco al testo che contraddistingue per contenuto e per bellezza non solo l’aspetto estetico della liturgia pasquale; per questo solo almeno meriterebbe ben altro cantore! Non mi soffermo sulla antichità del testo e della autorevolezza della sua composizione; e nemmeno sulla rilevanza in ordine alla capacità “memoriale” della liturgia in quanto tale, mistero della presenza di Cristo risorto e della sua salvezza in atto.

Preferirei porre l’attenzione sulla sua indole di annuncio rivolto a noi, proclamato dalla medesima rivelazione di Colui che rendendo disponibile sé stesso nella carne del Figlio, non può che annunciare ciò che la carne attende di ricevere come speranza ulteriore, ma che si pone nell’indisponibile per noi, ma disponibile presso Dio. È l’eco lontano e prossimo dell’annuncio primo della resurrezione di Cristo!
Che cosa hanno sentito quelle orecchie, che cosa hanno inteso quelle intelligenze, chi hanno ascoltato quei cuori di allora? Che cosa sentiremo noi, come intenderemo e chi ascolteremo la notte di Pasqua?
Nel silenzio di una storia che pareva essere senza possibilità di appello, quella di Gesù e della sua inspiegabile ed inaccettabile conclusione, in quella sospensione incredula e attonita dei perché senza risposta, in quella impossibilità ad andare oltre il contingente di una morte apparentemente inutile e dunque inconcepibile, priva di una ulteriore possibilità, in quel silenzio una voce risuona. “È risorto!”.
E i passi silenziosi delle donne che si recano al sepolcro vorranno essere i nostri. Il loro ed il nostro sarà un silenzio rotto solo dalla necessità di ritornare a quel corpo, alla memoria della sua vita, delle sue parole, dei suoi gesti; un silenzio di passi muti, ancora animati dal desiderio di un legame che non si vuole sciogliere, dall’amicizia, dall’amore. Un silenzio, il loro ed il nostro, che nel tempo si è formato alla scuola delle sorprese del Signore, alle sue parole inedite ai suoi gesti ulteriori.

Un silenzio che ascoltando il sé in ricerca ascolta l’Altro in rivelazione, per un annuncio che si pone come meta possibile, percorso di vita personale e comunitario. Un silenzio educato ad ascoltare, un silenzio disponibile a nuovi annunci, un silenzio accogliente di nuove possibilità.
Il silenzio di quelle donne che andranno al sepolcro troverà nel nostro canto dell’Exultet il suo compimento credente. La Chiesa da allora si fa eco di un silenzio meditante ed orante che per le sue caratteristiche e per la pienezza del mistero di Cristo troverà nel canto del preconio pasquale la sua massima espressione.
Non viene meno nel nostro tempo il desiderio del silenzio. Tuttavia, quel silenzio delle donne che vanno al sepolcro e il nostro silenzio sono spesso radicalmente diversi: il silenzio contemporaneo a volte si fa espressione di mode di spiritualità laica, capaci di intercettare sensibilità di uomini e donne in ricerca, ma che spesso cercano senza mai voler trovare; che vogliono ascoltare, senza nemmeno voler mai sentire davvero, se non loro stessi; che forse vogliono parlare, senza volere e poter dire qualcosa che sia degno di essere ascoltato, se non una ripetizione di elucubrazioni complesse, forse buone, forse solo semplicemente umane. Si tratta spesso di silenzi autoreferenziali, certificati da intellettualismi e accademismi sofisticati, per questo ritenuti attendibili, credibili, percorsi degni di essere intrapresi nella società alienata per la quale il nuovo sembra corrispondere, in modo assai insensato, con il vero, in una cultura di soli creditori e di nessun debitore, nella presunzione che tutto inizi qui ed ora, senza nessun antecedente degni di fiducia.

Oggi va di moda l’“Accademia del Silenzio”, percorsi senza guide, senza educatori, senza formatori, vie esclusivamente autoreferenziali perché tutto ciò che si deve ascoltare è personale e già tutto contenuto nell’individuo che in silenzio ascolta sé stesso e nessun altro. Nessuna alterità, umana o trascendente, abita questo silenzio, nessun legame, nessuna autorità; un silenzio solitario e destinato a rimanere tale, in un ascolto che non unisce nulla e nessuno e se lo fa lo realizza senza creare società, comunità, assolutizzando l’individualità.

Oggi va di moda la prospettiva della “autobiografia” e il suo guru, Demetrio Buccio, coinvolto anche non poche volte in circostanze di accademismo ecclesiale, docente di scienza della educazione, ha fondato la Libera Università della Autobiografia e una Accademia del Silenzio. Propone l’educazione come autobiografia. Trattasi di un approccio laico: intercetta l’inquietudine esistenziale che è del credente e dell’agnostico. Nella accezione tradizionale dell’educare, filologicamente educere, tirare fuori dalla coscienza del singolo, richiama un fuori nel senso dell’altrui, come un condurre altrove e auto-dirigersi in luoghi inediti. Si chiamerà “coscienza”? In questa prospettiva gli uomini possono andare dove vogliono, nel segno di una libertà di cercare, mettendosi alla prova, tutta centrata sul soggetto. La figura dell’insegnate è messa fuori gioco. Si tratta di una auto-educazione come oltre-passamento del presente, volta alla trasgressione.

È un sapere individualmente acquisito che apre l’individuo al mondo e dal mondo si isola. L’educatore sarà il catalizzatore. Rimarrà fuori dal processo; promuoverà il processo, ma ne resterà fuori. Le figure esterne ci saranno come educatori, ma senza presa sulla propria libertà. Tempo del post-moderno? L’incapacità di affidarsi sarà radicale. All’educatore tutto si potrà dare, ma non la fiducia. Quello che si dovrà conoscere è già tutto dentro l’essere umano. Non ci sono eredità. Senza educatore, senza maestro, l’educere libera dal corpo, dalla materia; l’individualismo più marcato ha il sopravento; ciò che si pone in evidenza è liberare il soggetto per una libertà trasgressiva.

Anche la mistica cristiana contempla il silenzio, ma la moda attuale del silenzio spinge verso una spiritualità laica, povera di annunci, senza eredità, priva di confronto. Nel sé, indagato nel e con il moderno silenzio, ci si pone liberi di entrare ed uscire, a piacimento, in nessun legame.

Il silenzio diventa la condizione di una educazione al servizio dell’individuo e delle sue più alte trasgressioni. Questo silenzio, si dice dalla critica, produce l’uomo modulare: è la visione dell’uomo che sembra farsi avanti nella prospettiva post moderna, capace di comporsi e scomporsi, come dei mattoncini Lego, libero di crearsi, distruggersi e ricrearsi, a piacere.

Il silenzio pasquale porterà alla ricomposizione di un uomo integrale, non per opera propria, ma per l’intervento di Dio. Il silenzio pasquale sarà un silenzio abitato dalla speranza di una nuova unità interiore, nella definizione di una relazione permanente del sé con il Trascendete e del sé con il medesimo, ma altro; dal Risorto in poi vi sarà la possibilità di una relazione feconda, generante e rigenerante, nel disgusto di una solitudine disumana e sterile, fatta di rimescolamenti di ciò che si conosce umanamente da sempre, ambiguamente nuovo, e non mai sufficiente; si rinnoverà il gusto di una comunione nella quale l’io e il noi crescono, si rispettano, si implicano, si amano, nella definizione e nel compimento della persona e della comunità nella verità pasquale e feconda. Il nostro silenzio diventerà allora un canto, quello della Chiesa durante la notte di Pasqua: “Esulti il coro degli angeli, esulti l’assemblea celeste: un inno di gloria saluti il trionfo del Signore risorto!”.

Buona Pasqua!
don Maurizio