Continuano le nostre riflessioni nei centri di ascolto della Parola sui vizi capitali. Dopo la superbia abbiamo considerato due vizi molto comuni: l’invidia e la gola.
Per l’invidia il testo di riferimento è stato Gn 4,1-8: Caino uccide Abele. Eva grida la sua felicità alla nascita del primogenito Caino: la benedizione di Dio non è venuta meno. Non manifesta la stessa esultanza quando nasce Abele, eppure Abele fa di Caino un fratello ed instaura la fraternità. Caino è agricoltore e Abele è un pastore; questa diversità genera un conflitto. La loro differenziazione riguarda anche l’ambito religioso: il Signore guarda con favore e gradisce l’offerta di Abele, non invece quella di Caino : Dio predilige il secondogenito al primogenito; riversa in modo privilegiato il suo amore sul minore, il più povero, il più indifeso. Caino percepisce di non essere più il primo e la gelosia lo divora fino a farlo esplodere nell’omicidio: non vede più il fratello, ma l’ostacolo, colui che gli impedisce di essere il primo.

L’invidia è guardare con spregio; è provare sentimenti di dolore e tristezza perché la felicità altrui è fonte di frustrazione; è gettare in abbondanza odio, maldicenze, mormorazioni, giudizi avventati perversi avvelenando se stessi e gli altri. Esercita la sua azione sui beni del corpo (bellezza, salute, forza), della fortuna (ricchezza, cariche, amicizie),dell’intelligenza (titoli di studio, eloquenza..). Si prova invidia per lo più nei confronti di persone con cui si può entrare in competizione, poste al nostro stesso livello. Spesso rivela desideri nascosti. L’invidioso, anche quando sembra scherzare, si riconosce dalle battute spesso acide e sarcastiche; non è mai contento di quello che ha, si angustia per ciò che gli manca e che altri possiedono ingiustamente (secondo lui).

Alla radice dell’invidia si trova una ferita circa la stima di sé, l’altro è considerato un pericoloso concorrente, un ostacolo da eliminare nella corsa verso i primi posti nella vita. Questo porta all’impossibilità di vivere relazioni affettive significative: l’invidioso è profondamente solo, non potrà mai essere un amico, cerca il piacere nella distruzione del bene anziché il suo conseguimento; vede dei difetti in tutto e in tutti e li ingrandisce enormemente.
L’invidia ci rende simili al diavolo, l’invidioso per eccellenza; si oppone direttamente alla carità, alla misericordia; pietrifica il cuore dell’uomo, lo rende insensibile e incapace di provare gioia per la felicità altrui. L’invidia non ha scuse; è implacabile, rovina la salute, tormenta il cuore; si castiga da sé rimanendo scornata dai suoi stessi mezzi e raggiungendo l’effetto opposto a quello che si prefiggeva con la sua cattiveria.
In riferimento al vizio della gola abbiamo riflettuto sulle tentazioni di Gesù (Lc 4,1-12). Dopo il Battesimo nel Giordano, Gesù pieno di Spirito Santo è condotto nel deserto (luogo arido, invivibile, dove tutto è nemico). Viene tentato da satana sulla sua identità “Se sei Figlio di Dio...”. Ed è anche la nostra tentazione quotidiana: Chi siamo? Che cosa dobbiamo fare? Come lo dobbiamo fare? Ciò che facciamo è coerente con la nostra identità? Gesù supera la prova attingendo alla Parola “Sta scritto...”. E anche noi supereremo le nostre attenzioni nutrendoci della Parola, confrontandoci con lei: il vero pane è la volontà del Padre.
Il peccato di gola consiste nel voler riempire un cuore vuoto d’amore con cose, denaro, persone; nell’essere insaziabili di qualsiasi cosa. Mangiare e bere sono una necessità per la vita del corpo e la sua salute; un dovere tanto che commette peccato di suicidio chi di proposito non si nutre. Il mangiare e il bere diventano un vizio (di gola) quando sono ricercati solo per il piacere da essi dato, desiderati e usati oltre il giusto limite. Si pecca di gola per QUANTITA’ (si mangia e si beve più del necessario o del conveniente per la salute), per QUALITA’ ( si ricercano insistentemente bevande e cibi troppo squisiti o troppo rari), per MODO (si mangia con voracità), per TEMPO (si mangia ad ogni occasione possibile e non per appetito), per FINE (ci si ciba come se non si avesse al mondo altra preoccupazione che riempirsi il ventre) Non ogni peccato di gola è da ritenersi mortale, molto spesso è peccato veniale. Si raggiunge la colpa grave quando si reca grave danno alla salute, alla propria capacità di lavoro, si danneggia con spese eccessive la famiglia. Abbastanza frequentemente oggi lo stimolo a mangiare frequentemente ed esageratamente può dipendere da fattori psicologici, come anche il suo contrario l’anoressia. La gola può rispondere ad un bisogno di autogratificazione in stati di depressione psichica o di carenza affettiva e diventa un meccanismo di autocompensazione. In questi casi bisogna essere molto comprensivi ed aiutare con delicatezza, ma anche con determinazione chi è incappato in tale meccanismo.
Il goloso non riesce ad essere un uomo di preghiera, è spesso pigro, ozioso e prova repulsione per tutto ciò che richiede fatica ed impegno.
Il vizio della gola ha la sua radice nella dimenticanza del miracolo del cibo e della vita che ne deriva: non dimentichiamo che il cibo è DONO datoci dal Creatore per il nostro sostentamento; è legato alla festa, all’amicizia, alla condivisione. “ Il cibo cucinato e condiviso è luogo di comunione, di incontro, di amicizia: se mangiare significa conservare e incrementare la vita, preparare da mangiare per un altro significa il nostro desiderio che egli viva” (Enzo Bianchi).
In fondo il cibo rappresenta la logica del piacere che Dio ha posto nel creato. Il piacere, proprio perché non basta a se stesso, domanda un senso che lo abbracci. Che cosa sopravvive dopo il fuggevole passaggio del piacere? Se la bontà del cibo è abbracciata dall’amicizia delle persone con cui lo si è condiviso e dal ringraziamento a Dio che lo ha donato, quel piacere non verrà eliminato, ma raggiungerà la sua perfezione.

Rachele